ROMA - Il suicidio è un gesto che apre molti interrogativi e lascia perplessi. E’ davvero difficile capire come si possa volontariamente togliersi la vita. Questa vita alla quale la maggior parte di noi è così attaccato. Come si può compiere un atto che sembrerebbe assolutamente contrario al nostro istinto di sopravvivenza, alla continuazione della specie? Ma forse così opposto non lo è. Quando il male di vivere, figlio soprattutto dei tempi moderni, vince e ci vince allora si inizia a pensare di preferire la morte.
In genere ci si suicida perché depressi. Si può essere depressi perché malati o depressi anche per motivi concreti, reali. Si chiama depressione reattiva quest’ultima. Pensiamo a quanti si suicidano in questo periodo a causa della situazione di crisi economica in cui versa l’Italia.
Il gesto può essere mirato o teatrale. Spesso le persone affette da disturbi di personalità con tratti isterici fanno gesti teatrali o minacciano di farli. Spesso però dalla teatralità si passa al farsi male sul serio se non al togliersi la vita; per cui non dobbiamo prender sotto gamba nemmeno questa “categoria”.
Una volta venne da me una ragazza, forte, carina, in gamba. La madre si era buttata (o era caduta minacciando di buttarsi), dal secondo piano. Il gesto della madre era l’ennesimo di una serie di atti teatrali di autolesionismo. Questa volta però in parte le aveva davvero leso. Non era morta ma ne riportava dei danni che sarebbero rimasti in parte permanenti. Inutile dire che la figlia anche ne avrebbe riportato danni permanenti.
Quando il suicidio segue una depressione cronica, grave, duratura è in genere un gesto lucido, premeditato, mirato a non fallire. In genere riesce. Al primo colpo.
A volte il suicidio avviene in persone che hanno millantato un benessere, che non hanno palesato il loro stato depressivo né agli altri né a volte a sé stessi. Per esempio, è il caso di tanti disturbi narcisistici di personalità che quando vedono crollare all’improvviso il loro castello di cristallo (per un crollo economico o psichico per esempio) si sentono perduti e ricorrono all’atto estremo di togliersi la vita.
E quando a suicidarsi sono i giovani? Quei ragazzi che si dice si uccidano magari per una bocciatura? O perché magari vittima di bullismo? O perché gay ancora non dichiarati ma di già discriminati? Sembrano tutti motivi non abbastanza validi, no? A noi “grandi”. Ma per un ragazzo forse lo sono, invece. Un ragazzo proprio nella fase dell’adolescenza sta costruendo la sua identità adulta e pertanto è fragile, molto fragile. Se dietro a questo ragazzo non ci siamo noi, la famiglia, la scuola, i “grandi”…come può? A volte, se particolarmente fragile, si sente vinto dalle emozioni dolorose che prova. Disperato. E vede un’unica via d’uscita possibile. La morte. Questa è una nostra precisa responsabilità.
In poche parole il suicidio avviene, per un motivo qualunque di quelli prima citati o anche altri, quando il nostro ordine di priorità è confuso. Perdiamo il valore della vita. Quest’ultima sembra così dolorosa e difficile che la morte diviene scelta. Per quanto assurdo sia questo. È ciò che accade. Siamo esseri fallibili, d’altronde, incongrui per natura. Come si può prevenire? Questa è un’era, quella in cui viviamo, che si apre a tante riflessioni secondo me. Mi chiedo se la crisi economica, il crollo (inevitabile) dei valori consumistici e capitalistici, non sia un’occasione per ristabilire le priorità umane. I rapporti prima di tutto. I rapporti umani. E per insegnare e reinsegnare anche ai nostri figli cosa è davvero importante.
di Silvia Garozzo
Psicologa Psicoterapeuta
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