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La Donna che "Amo" è Marina Cveateva. Firmato Daniela Musini

Cveateva-Marina-Musini-Dani ROMA - Cinquew.it ha chiesto alle donne italiane un contributo scritto su una figura femminile apprezzata per le sue gesta, il suo coraggio, la sua cultura. Anche non più tra noi. Di seguito l'intervento di Daniela Musini.
La grande poetessa russa Marina Cveateva, una donna che amo.

- L’amore È lama? è fuoco? Più quietamente – perché tanta enfasi? È dolore che è conosciuto come Gli occhi conoscono il palmo della mano Come le labbra sanno Del proprio figlio il nome -

E allora, cos’è l’amore? È lama? È fuoco? Sì certo, ma è anche un rogo rosso fuoco, un gioco di specchi e di scacchi, estasi e tormento. E tutto questo vibra nelle liriche di Marina Cvetaeva, poetessa straordinaria e donna appassionata, che conobbe l’Amore in tutte le sue accezioni e lo visse senza risparmio e senza distinzione di sesso, con pagano furore e fatalissimo struggimento.
Nata a Mosca nel 1892, «nella vita e nell’arte aspirò sempre, impetuosamente, avidamente, quasi rapacemente, alla finezza ed alla perfezione», come scrisse Boris Pasternak, l’autore de Il dottor Zivago, che l’ammirò incondizionatamente.
La poesia della Cvetaeva è tra le più originali del Novecento: scevra da sentimentalismi e morbidezze, predilige il verso secco e scabro, che rifiuta i nessi logici normali per approdare ad una scrittura nella quale l’ordito fonetico e musicale è preminente.
Il suo stile teso ed arrochito, le sue subitanee illuminazioni, i suoi strappi sonori sono riverberi di un’esistenza altrettanto drammatica e corrusca. Figlia di una pianista (e la Musica sarà sempre nutrimento indispensabile della sua anima) e di un noto filologo, fondatore del Museo delle Belle Arti (in seguito Museo Puskin), si abbeverò fin dall’infanzia alle sorgenti della cultura, intridendo la sua Vita di Poesia e Arte.
Il suo temperamento inquieto ed irrequieto, un rapporto difficile con il figlio, le traversie politiche della sua Russia, che lascerà nel 1922, il continuo peregrinare in varie città che, se da una parte l’arricchì interiormente, dall’altra le provocò un insopprimibile senso di sradicamento, la morte della figlia di pochi anni e del marito amatissimo (nonostante mille altri amori), sfinirono la sua vitalità e la sua gioia di vivere.
Tornò nella sua Patria nel 1939: l’atteggiamento ostile delle autorità (durante la Rivoluzione del 1917 aveva espresso consenso ai Menscevichi, la fazione avversa ai Bolscevichi) l’amareggiò ulteriormente.
«Io non voglio morire. Io voglio non esistere», scrisse. Terribile. E in una delle sue ultime lettere si legge: «già da un anno cerco con gli occhi un gancio…da un anno prendo le misure della morte». E lo trovò quel maledetto gancio. Il 31 agosto 1941, una domenica mattina, Marina Cvetaeva salì su una sedia, rigirò una corda attorno ad una trave e s’impiccò. Ai suoi funerali non partecipò nessuno.


www.danielamusini.com
Data:  5/1/2012   |    © RIPRODUZIONE RISERVATA            STAMPA QUESTO ARTICOLO            INVIA QUESTO ARTICOLO


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