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La Donna che "Amo" è la donna rivoluzionaria. Firmato Angela Cicinelli

cicinelli-angela-25082011 ROMA - Cinquew ha chiesto alle donne italiane un contributo scritto su una figura femminile apprezzata per le sue gesta, il suo coraggio, la sua cultura. Anche non più tra noi. Di seguito l'intervento di Angela Cicinelli.
Tra le intramontabili figure muliebri che primeggiano nella mia mente, donne caparbie, audaci, con la forte prepotenza del loro geniale ego, la cui sofferta ed energica virtù viene anche celata dietro un’espressione placida, come il sorriso cartaceo della Montessori o quello di pura genuinità di Madre Teresa, c’è uno schietto punto che accomuna questo vincente poker di regine: la donna rivoluzionaria. La donna, che sia un’attrice o un’artista, una stilista, una sportiva o uno scienziato, un’intellettuale o dal sapere semplice, pronta a lanciare il suo arduo grido di protesta, di denuncia, in barba al suo tempo e alle rispettive costrizioni, alle incomprensioni, alle ipocrisie, i pettegolezzi farneticanti, gli scattanti pregiudizi, sebbene, tra tutte le risposte ricevute, spicchi la tipica paura della diversità e dell’innovazione. La donna, che a positivo sprezzo di ciò che la circonda, ha il coraggio di sbandierare instancabilmente il suo messaggio, un infuocato dardo scagliato nel mondo, a costo d’un sacrificio estremo. A maggior ragione se a farlo è lei e non un uomo, lei, donna rivoluzionaria, che grazie al suo ideale, ha dovuto conquistarsi ancor più strenuamente l’indipendenza sociale, civile, economica ed in particolare, andando a ritroso nei secoli, scrollandosi subito di dosso il marchio della supremazia maschile, intraprendendo mestieri considerati di esclusiva portata della medesima, virile forza. E non solo.
Una tempra che ha lasciato la sua sempre più incisiva impronta sulle pagine della Storia, ammirevolmente accompagnata e spesso determinata dalla sensibilità, dalla consapevolezza, dal carattere, donati dallo spirito materno insignito in ognuna di noi, non necessariamente legato al concepimento di figli ma puramente femminile. Lo stesso che se a volte, può influenzarci negativamente spingendoci ad un perdono o una comprensione troppo istantanei accarezzando così la classica, perpetuamente trasmessa idea del “gentil sesso”, può anche rappresentare, rispetto ad un uomo, il principale e più vigoroso nucleo della nostra forza. La forza di ribellarsi nuovamente e di diritto: nonostante l’efficace quanto repentino meccanismo innestatosi negli anni del progressismo femminista, in moto fino ad oggi, il traguardo di conquista non è stato del tutto tagliato; pertanto l’esigenza, di una neo figura femminile dal calibro rivoluzionario, sebbene e puntualmente recepita in ogni campo, può volentieri condurre al definitivo completamento dell’universo donna. Tanto per citare degli esempi, fra i più eclatanti: una donna che sappia staccarsi e porre in reale questione, con arguto senso critico, dall’ancora perfettamente attuale, se non peggiore, a causa dell’ampia diffusione dei virtuali mass media, mercificazione del proprio corpo, recente argomento di seria analisi. Una donna che non nascondendosi dietro la siliconata nonché grottesca maschera del terrore per l’età avanzata e del morboso inseguimento dell’assoluta perfezione estetica, possa magari affermare, al pari d’una grande Anna Magnani rivolta al suo truccatore: “Di rughe non devi coprirmene neanche una: ci ho messo una vita a farmele” e abbracciare il maturo ma mai sfiorito fascino dell’intelletto, che aggiudica un suo aulico alloro a cent’anni di storia e scienza, naturalmente in formato donna: “Il corpo faccia quel che vuole. Io non sono il corpo, io sono la mente” può ben confermare la nostra Rita Levi Montalcini, convinzione che strizza l’occhio ad un robusto moralismo pronto a menar croci contro il pretestuoso e ossessivo dettame additato dalla società, attribuendogli sempre più un’importanza che sfiora l’inverosimile: la perfetta immagine, la stessa continuamente servita, eroticamente nuda e cruda, nelle pubblicità, con prevalenza del nudo femminile, inculcando il fatto che il modello sublime possa dar netto scacco matto alla regina d’intelletto. La conseguente analisi protratta negli ultimi mesi, dunque comporterebbe tutto un perbenismo, che nell’odierno, praticamente rappresenta una sorta di trasgressione.
In definitiva, passata in rassegna la sovversiva lista d’immortale indomito a tinte rosa, diremmo che il primo posto in classifica se lo aggiudichi proprio la donna comune, che col suo individualismo si ritaglia un costante spazio nella lotta quotidiana delle responsabilità, dell’affermazione personale, maggiormente munita d’un occhio esterno quindi d’un trampolino di lancio che agevoli l’atto primo di critica coscienza verso una realtà in fin dei conti artefatta, dal facile ed illusorio accesso, proposta ed imposta dal sistema sociale.
Data:  25/8/2011   |    © RIPRODUZIONE RISERVATA            STAMPA QUESTO ARTICOLO            INVIA QUESTO ARTICOLO


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