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Oriana Fallaci. Un esempio di donne in trincea e impastate di terra e di sangue

bruni 4 ROMA - Oggi parlerei di Oriana Fallaci. Un esempio di coraggio e di donne in trincea e impastate di terra e di sangue. Chi l’ha conosciuta ha compreso oltre il femminismo e oltre la “cacofonia” del “femminicidio”. “Essere donne è una scuola di sangue: tutti i mesi offriamo a noi stesse il suo spettacolo odioso”. Per chi l’ha conosciuta negli anni terribili, annisettanta, non può che ritornare ogni qual volta si parla di coraggio, di rischio, di libertà, di donne in trincee, di donne offese e di Penelope che sanno affrontare le guerre. Lei. Oriana Fallaci. Io parlerei di lei in questi giorni. Non mi stancherei nel parlare di lei come non mi sono stancato quando, in molte occasioni, ho dovuto parlare di lei e relazionando sulla sua attività letteraria ho parlato di donne impastate nel coraggio della trincea tra il sangue e la terra. Da “Lettera a un bambino mai nato” (letto già, il primo giorno che è andato in distribuzione, in una Torino piovosa del 1975) a “Un uomo” (affascinate amore di trincea). Da “Penelope alla guerra” a “Un cappello pieno di ciliege” pubblicato postumo. Dunque. Non solo una giornalista ma una scrittrice che ha penetrato i sentieri delle parole attraversando luoghi e vivendo avventure e destini. Non può che stare con orgoglio e senza pregiudizi nella storia della letteratura italiana del Novecento.
Una scrittrice che ha saputo raccontare la nostra contemporaneità tra le tragedie della modernità. Passare per le parole e giungere al limitare degli orizzonti. Quegli orizzonti, che per la Fallaci, segnano il confine tra l’Occidente e il Mediterraneo.
Il deserto, forse l’esilio e le donne che sembrano impastate da intreccio che recita rivoluzione e senso di una assenza. Passate le parole restano le immagini e le immagini fanno la storia, la storia di una visione della vita e dello spazio nel quale si abita la nostra esistenza. Ma forse più della rivoluzione può la consapevolezza di vivere dentro una temperie fatta di scontri, di guerre, di viaggi tra il mare, il deserto, le sabbie, le frontiere, le trincee e gli amori spezzati proprio nel momento in cui si affollano le comprensioni o le interpretazioni dei destini.
Una storia. Certo, quella di Oriana Fallaci (1929 – 2006) che non ha mai conosciuto rinunce ma è stata dentro quegli orizzonti tra Occidente e Oriente. Una metà di un Mediterraneo che è dentro in ognuno di noi.
Una giornalista che è entrata nella letteratura. Anzi una scrittrice che ha “fisicamente” e letterariamente “cucinato” il linguaggio giornalistico con quello di una scrittura rapida, in cui il narrato, il vissuto, il sofferto, il visto si è trasformato nelle lunghe sfide che hanno abbracciato la vita trasformandola in un destino proprio sul filo della letteratura. Anche le sue interviste hanno raccontato, anche le sue interviste hanno fatto storia, anche le sue interviste sono il narrato di un pezzo di esistenza non solo di Oriana Fallaci ma di un contesto che è quello di una civiltà che si è giocata la propria eredità ed identità tra i rossi tramonti abbruniti degli spari tra le trincee dove gli uomini muoiono veramente e i popoli si sradicano e la ricerca di una affermazione di umanità.
L’Occidente con gli Stati Uniti d’America sono stati il perno di una formazione culturale dentro la quale la controrivoluzionaria Fallaci ha definito la sua non stanzialità e il suo nomadismo legati ad un bisogno di sapere e di conoscere. Nel 1969 pubblica la sua esperienza di un anno di guerra in Vietnam in un libro dal titolo: “Niente è così sia”. Ma sono gli anni di una contestazione non solo studentesca ma esistenziale. La Fallaci, come Pasolini, guarda con sospetto i figli di papà che inneggiano a Che Guevara e crede ben poco alla risoluzione di quelle piazze occupate in Italia o in Francia. Sembra tutto ben poca cosa rispetto a ciò che avviene in India, in Pakistan, in Sud America, in Medio Oriente.
C’è un Occidente, in quegli anni, che esplora con l’Apollo 12 la luna e un Medio Oriente in costante conflitto. La Fallaci non vuole restare soltanto una testimone dei fatti che raccontano sempre mosaici di vita. Il suo rapporto con Alekos Panagulis, conosciuto, in Grecia, il 21 agosto del 1973 è uno dei tasselli importanti, straordinari, unici sia per il suo cammino letterario sia soprattutto per quello intimo, sentimentale, esistenziale. L’incontro tra i due avviene proprio nel giorno in cui Panagulis esce dal carcere. Un incontro che diventa una unione di passione e di condivisioni. Il loro rapporto dura soltanto tre anni, perché Panagulis muore in un misterioso incidente stradale il 1 maggio del 1976. Una storia, dunque, che racconta la Grecia dei colonnelli e la vita di Un uomo.
Il suo romanzo del 1979 ha per titolo, appunto, “Un uomo”. La stessa Fallaci parlando di questo libro, in una intervista, dirà: “Un libro sulla solitudine dell’individuo che rifiuta d’essere catalogato, schematizzato, incasellato dalle mode, dalle ideologie, dalle società, dal Potere. Un libro sulla tragedia del poeta che non vuol essere e non è un uomo – massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che promettono, di coloro che spaventano…”. Un romanzo nella grecità profonda e moderna come era stato il suo primo romanzo del 1962 dal titolo: “Penelope alla guerra”, nel quale si racconta la storia di una donna che non vuole attendere il suo Ulisse e si metaforizza in una Penelope che viaggia e lascia le mura di Itaca per penetrare il senso di una identità in una ricerca verso le libertà come valore di una consapevolezza.
Anche qui si registra uno scontro diretto con le eredità mediterraneo alle quali la Fallaci si oppone con una forza umana tutto occidentale e scavata nel proprio tempo senza cedere a nostalgie o rimpianti che risultano come misure della storia. Due tappe fondamentali nella scrittrice Fallaci sino ad arrivare agli anni Novanta, passando attraverso le storie e la storia e soprattutto nel tanto discusso e non ipocrita “Lettera ad un bambino mai nato” che oggi si presenta come un atto quasi profetico se si pensa che la prima edizione vide la luce nel 1975, che vengono caratterizzati dall’imponente romanzo “Insciallah”, pubblicato nel 1990.
Il romanzo – saggio nasce all’interno di una “sua spedizione” tra le truppe italiane che erano state inviate nel 1983 a Beirut. Un racconto affascinante tragico, dolorante e contemplante ma anche irruente. “Non di rado infatti sfuggo all’esilio delle scartoffie e non osservato osservo. Ascolto, spio, rubo alla realtà. Poi la correggo, la realtà, la reinvesto, la ricreo, e con l’amletico scudiero ecco il discepolo generale che crede di poter sconfiggere la Morte, ecco il suo disincanto ed estroso consigliere, ecco il suo erudito e bizzarro capo di Stato Maggiore, ecco i suoi ufficiali ora bellicosi e ora mansueti, ecco la moltitudine sfaccettata della sua truppa…” (Da una lettera del Professore, nel testo).
Un filo consistente lega “Insciallah” con gli scritti successivi. Un Medio Oriente che è sempre più terra di deserti, di scontri, di viaggi nella tragedia e un Occidente che si affaccia sia geograficamente che culturalmente ad un Mediterraneo fatto di tanti altri Mediterranei che si raccontano nelle loro avventure e nei loro ambigui territori: alla ricerca di una cristianità profonda e di un fondamentalismo islamico che approderà alla tragedia dell’11 settembre.
Cosa sono, in fondo, gli ultimi suoi libri: “La forza della ragione”, “La rabbia e l’orgoglio” e “L’Apocalisse” che racchiude anche “Oriana Fallaci intervista se stessa”? Sono un superamento culturale sia della storia e identità musulmana sia delle eredità mediterranee. Il tutto nell’orgoglio di un Occidente che dovrebbe però smettere di tessere e ritessere quella tela metaforica e reale incarnata da Penelope. Ormai Penelope è andata alla guerra. L’orizzonte di sabbia e di deserto, di mare e di acqua e le contraddizioni delle metropoli e di un Occidente sempre più americanizzato sono in costante conflitto.
La Fallaci ci invita ad una scelta. Il Mediterraneo resta un orizzonte nella storia ma anche nelle pretese del futuro, il Medio Oriente è un islamismo che invade e l’Occidente della civiltà moderna non può che essere nella nostra contemporaneità. Ma c’è una storia che si trasforma in memoria e c’è un uomo che è dentro la vita di Oriana che non smette di parlare come un eroe nella bellezza delle parole, di quelle parole che per restare non possono che essere passione. La passione della scrittura.
La passione della parola in una scrittrice tra confini. L’Oriente e l’Occidente. E le donne che restano impastate nella sabbia del deserto e nelle piramidi delle vetrate dei grattacieli occidentali. Una storia dalla quale raccogliere un seme. Quelle donne di terra e di sangue sono in quella donna che abbiamo letto in “Lettera ad un bambino mai nato”. Ovvero: “Essere donna è così affascinante. È un'avventura che richiede tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esiste potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse la mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c'è un'intelligenza che chiede d'essere ascoltata”.

di Pierfranco Bruni

Tag: oriana fallaci la donna che amo trincea impastare terra sangue
Data:  24/11/2013   |    © RIPRODUZIONE RISERVATA            STAMPA QUESTO ARTICOLO            INVIA QUESTO ARTICOLO





           
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