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Rossi (Fnsi): giornalismo deve cambiare. E urge dare dignità ad addetti stampa

rossi-giovanni-fnsi rm ROMA - La professione, i diritti, il futuro, la politica, le donne: il presidente della Federazione nazionale della stampa, Giovanni Rossi, si esprime sulla situazione attuale del giornalismo italiano. Mette in primo piano le condizioni di precarietà di molti colleghi, si dà obiettivi ben precisi.
Presidente Rossi, questa crisi profonda che colpisce l'Italia, ha raso al suolo la Grecia, tramortito la Spagna, come influisce sul nostro mondo? Come entra, e con quale forza, nel settore del giornalismo?
Noi siamo dentro il mondo e, quindi, la crisi ci colpisce in pieno. L'editoria è un settore industriale, parte della più ampia industria culturale del nostro Paese, nel quale lavorano migliaia di persone che con il loro reddito sostengono le proprie famiglie, cioè altre migliaia di persone. Il tracollo degli investimenti pubblicitari, le trasformazioni tecnologiche non adeguatamente governate, gli errori dei dirigenti aziendali, gli editori spesso non all'altezza del loro ruolo imprenditoriale, l'insistenza sul nostro mercato del lavoro di tanta inoccupazione intellettuale che non può esservi assorbita sono una miscela micidiale che ha reso la crisi del giornalismo professionale (cioè inteso come lavoro esclusivo) davvero drammatica.
A suo avviso, qual è oggi il giornalismo migliore, quale nazione del mondo deve fare da esempio? O siamo noi i migliori?
Non credo si possano fare graduatorie. Il giornalismo ha principi generali uguali per tutto il mondo, ma che vengono praticati tenendo conto delle carattestiche sociali e culturali di ogni Nazione. Il giornalismo italiano è sempre stato molto contiguo alla politica ed alle istituzioni. Cioè a cose oggi in profonda crisi e sottoposte, almeno tendenzialmente, ad altrettanto profonde trasformazioni. Credo che anche il giornalismo italiano debba cambiare, spero in meglio: maggiore indipendenza ed autonomia, accompagnate da una superiore consapevolezza del proprio ruolo e responsabilità sociale.
Chi sta peggio oggi in Italia: la carta stampata, la televisione, la radio o l'informazione online?
Se l'una piange l'altra non ride. In altre parole, non c'è un settore dell'editoria che non viva difficoltà. Se fossi obbligato a fare una graduatoria metterei in testa ai settori in difficoltà la carta stampata. A quanto ci risulta, anche come conseguenza del passaggio al digitale, le televisioni sono investite, oggi, da una notevole crisi. La radio, invece, negli ultimi anni sembra aver recuperato pubblico, specie giovanile. L'online - il cui sviluppo è fuori discussione - continua, però, ad essere sottostimato dal punto di vista della pubblicità e raramente produce lavoro giornalistico regolarmente contrattualizzato come tale.
Da qualche mese lei è il numero uno della Fnsi: un solo obiettivo, uno solo, che vorrebbe raggiungere il prima possibile ...
Innanzitutto una precisazione. Il numero uno della Fnsi è il segretario generale, Franco Siddi, che è il titolare della gestione della linea politico-sindacale. Diciamo che il presidente, se non lo vogliamo proprio collocare al secondo posto, è il numero uno e mezzo.
Un obiettivo a cui tengo molto? Riuscire a definire il profilo professionale dei giornalisti addetti stampa pubblici così come prevede la legge 150 del 2000. Lavoriamo da prima di allora per dare ai colleghi addetti stampa pubblici piena dignità professionale e contrattuale. Anche a causa della ostilità dei sindacati confederali non ci siamo ancora riusciti.
Enrico Mentana sostiene che i giornalisti, che svolgono la professione pù bella del mondo, non dovrebbero mai entrare in politica. Presidente, che ne pensa?
Che il giornalismo sia la professione più bella del mondo lo trovo un poco un luogo comune. E' una professione e come tale andrebbe riconosciuta. Oggi per molti significa precariato. E questo non è molto bello.
Chi sceglie la politica esercita un suo diritto, costituzionalmente garantito. Non mi scandalizzo. Trovo francamente più fastidioso l'atteggiamento di quei giornalisti che anziché raccontare i fatti, vogliono mettere, come si dice, "le braghe al mondo" e spiegare a tutti, politici compresi, quello che debbono fare senza, però, avere alcuna responsabilità per tali scelte.
Da anni conosce i giornalisti, anche pregi e difetti della categoria. Io ricordo, da piccolo, come alcune grandi firme svolgevano, attraverso la televisione, il ruolo di veri e propri docenti, professori, per la popolazione, per quanti si mettevano davanti al piccolo schermo. Rispetto ad anni addietro, noi siamo più professionali o più superficiali?
Più superficiali, non ho dubbi al riguardo. Poiché i giornalisti sono persone normalissime, se le istituzioni scolastiche sono state messe in gravi difficoltà da politiche governative evidentemente non efficaci e le nostre Università sono diventati dei grandi Licei, l'abbassamento del livello culturale colpisce anche loro. Da questo punto di vista c'è spazio per una azione di formazione da parte degli istituti di categoria. Lo ritengo indispensabile. E penso anche che l'accesso alla professione deve essere più selettivo nel senso che, ad esempio, l'esame di Stato deve divenire più difficile, ed andrebbe introdotto l'obbligo del possesso della laurea (anche se la crisi universitaria fa sì che non costituisca più, da tempo, garanzia di formazione culturale adeguata).
Nel giornalismo, e dal punto di vista della tutela dei diritti del lavoro, ci sono differenze tra donna e uomo?
Trovo significativo che l'arrivo di una maggiore quantità di colleghe nella professione abbia coinciso con l'entrata in crisi del nostro settore. Il nostro mondo si è aperto significativamente alle donna, ma quando la professione è diventata più debole e precaria. Dal punto di vista delle regole che il sindacato ha cercato di far scrivere nei contratti di lavoro non mi pare che via sia stato un atteggiamento discriminatorio verso la presenza femminile nella professione. Mi sento di dire che da noi vi sono problemi rilevabili nell'insieme della società: come, ad esempio, nell'accesso alla carriera. Su questo vi sarebbe molto da discutere, anche perché non si tratta di problematiche di facile soluzione.

di Giuseppe Rapuano

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Data:  15/4/2013   |    © RIPRODUZIONE RISERVATA            STAMPA QUESTO ARTICOLO            INVIA QUESTO ARTICOLO


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