ROMA - Donne lapidate, bruciate vive, uccise in pieno giorno, in piena città. Donne nascoste da un velo che svela solo lo sguardo, uno sguardo basso di chi non può guardare un uomo negli occhi. Donne che non possono essere tali, ma solo mogli e mamme. Donne alle quali viene negato il piacere e che vengono mutilate, nell’intimo. Donne, il quale silenzio passeggia per le strade delle nostre città dove la donna, invece, sta diventando solo un corpo, esanime.
Le mutilazioni genitali femminili sono una pratica diffusa in molte zone africane e nonostante in alcuni paesi sia diventata illegale, sono ancora circa 140 milioni di donne a subirne gli strazi alle quali bisogna aggiungere le 6mila bambine che ogni giorno vengono costrette alla stessa sorte. Sono una tradizione che risale a 4mila anni fa, da come si può supporre dalle raffigurazioni in templi e opere monumentali, e si possono dividere in tre tipi, più un sottotipo di mutilazioni non classificabili: primo tipo, escissione del propuzio e la non obbligatoria asportazione di parte o tutto il clitoride. Secondo tipo, escissione del clitoride e delle piccole labbra (parziale o totale). Terzo tipo, escissione parziale o totale dei genitali esterni e la sutura o il restingimento dell’apertura vaginale. Sottotipo, sutura o incisione del clitoride o delle piccole labbra; cauterizzazione del clitoride e del tessuto circostante tramite bruciature; demolizione del tessuto circostante l’orofizio vaginale; introduzione di sostanze che causano l’alterazione dell’area genitale.
Questa pratica può causare: morte, emorragie, contagio di epatiti, hiv, ascessi, dismenorrea, vaginismo, infezioni croniche, sterilità, problemi durante la gravidanza. Le motivazioni sono principalmente sessuali, la donna infatti non potrà provare piacere durante il rapporto quindi il marito potrà godere di un fedeltà assicurata, ma anche religiose e sociali.
“…Ad un tratto un liquido freddo mi cola sulla testa, in un attimo il fuoco è su di me. Brucio. Il film scorre più in fretta, le immagini si susseguono rapidissime. Corro scalza nell’orto, mi batto le mani sulla testa, grido. Sento sulla schiena la stoffa che cola via. Anche i vestiti sono in fiamme. In quell’odore di petrolio corro, corro, ma i pantaloni m’impediscono di andare in fretta. Il terrore mi guida, d’istinto, lontano dal cortile, verso l’orto, perché non c’è altra via d’uscita…”
Lo racconta Suad, nel suo libro “bruciata viva”. Suad è una ragazza Palestinese, nata in un villaggio della Cisgiordania. Nel suo libro racconta una vita vissuta in un paese dove le donne dovevano sottostare alla legge degli uomini, dove non possono avere né una dignità personale né libertà. Suad, appena diciottenne, vive un incubo che le lascerà cicatrici eterne solo perché si innamora di un uomo che non è suo marito e di lui resta incinta. La vendetta della famiglia, disonorata, non tarda ad arrivare: un giorno, il cognato le arriva alle spalle e le versa sui capelli del petrolio, poi accende un fiammifero. La ragazza riesce a fuggire avvolta in un abbraccio di fiamme e di solitudine. Il corpo di Suad resterà straziato per sempre e come il suo anche quello di molte altre donne, la maggior parte delle quali non possono regalarci la loro testimonianza.
In Iran, la legge sull’adulterio riportata all’articolo 83 del codice penale, prevede la lapidazione fino alla morte per le donne e gli uomini che commettono adulterio. Le pietre non possono essere né così grandi da provocare la morte al primo o al secondo colpo né essere talmente piccole da causare solo gravi ferite, la vittima che riesce a fuggire ha salva la vita. L’uomo viene sotterrato fino alla vita, mentre la donna fino al collo, per quest’ultima la morte è inevitabile. In queste comunità l’adulterio è considerato un disonore per l’intera società e vengono punite con la lapidazione, ma anche donne che hanno subito violenza sessuale sono state assassinate a causa di questa legge, in quanto hanno ugualmente avuto rapporti estranei al matrimonio mentre gli stupratori restano spesso impuniti. Come l’Iran anche molti altri paesi islamici assassinano così centinaia di donne.
In Afghanistan, ma anche in altri paesi di religione islamica, le donne sono costrette ad indossare il burqa ovvero un abito che le copre dalla testa ai piedi, escludendo gli occhi. È stato introdotto durante il regno di Habibullah che lo impose alle donne che componevano il suo harem per evitare che altri uomini le guardassero.
In Italia invece la donna viene invitata, dalla società, a mostrare sempre di più il proprio corpo, diventando un oggetto delle fantasie sessuali maschili: i media, lanciano regolarmente messaggi erotici che vedono come protagonista la donna; sempre più spesso le vengono richiesti favori sessuali in cambio di lavoro; le intelligenze vengono oscurate dai corpi.
In Italia, si parla di emancipazione femminile, ma una donna che decide di denudarsi davanti ad uno schermo per diventare qualcuno o di mettere minigonne sempre più corte per sentirsi apprezzata, può definirsi emancipata? Forse, invece, è solo una vittima inconsapevole, come le donne africane, palestinesi, iraniane, afghane, anche se le situazioni vissute sono estremamente opposte.
di Patrizia Perri
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