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Platone e Maradona, Aristotele e Baggio ne "Il divino pallone" di Desiderio

divino-pallone FIRENZE - Calcio e filosofia – ne è convinto Giancristiano Desiderio che da anni scrive libri su questo tema – sono una coppia assortita ma affiatata. Nel suo ultimo lavoro Il Divino pallone. Filosofia dei piedi da Platone a Totti, edito per Vallecchi, Desiderio parte da un assunto e cioè la filosofia, come gioco della vita, si basa su regole calcistiche: per filosofare bisogna saper mettere la vita in gioco. Per giocare bisogna necessariamente abbandonare la palla e “metterla in gioco”. Controllo e abbandono sono i due principi del calcio e della vita. Così, tra Platone ed Aristotele ci capita, leggendo il pensiero dello scrittore, di imbatterci in strane coppie: Heiddeger e Beckenbauuer, Brera e Nietzsche, Maradona e Vico, Hegel e Cruyff, Baggio e Socrate, Wittgenstein e Rivera ma anche, sorprendentemente, Zeman e Pinocchio, Falcao e Platone, Hitler e Stalin, Parmenide e le squadre dei filosofi.
«La filosofia – si legge nel libro – non è sapere, ma un modo di vivere. Platone dice che è amicizia. Aristotele, come in tante altre cose, lo segue. Come ci sono modi di giocare, ci sono modi di vivere. La filosofia è uno dei tanti. Il suo scopo non è quello di darci un sapere infallibile ma quello di farci sbagliare da soli. Come la domanda del giocatore “come devo giocare?” mira a giocare e non al sapere, così la domanda del filosofo “come devo vivere?” mira a vivere e non all’enciclopedia. Tutt’e due le domande emergono dal gioco-vita e ritornano al gioco-vita. In entrambi i casi, il sapere assoluto o il senso assoluto sarebbe una minaccia per il giocatore e per il filosofo che non potrebbe giocare e vivere se non in quell’unico modo possibile. Il calcio, da sempre, ci mostra che questo non è possibile né auspicabile perché si sopprimerebbero il Gioco e il Pallone che invece rendono possibile l’essere della partita, proprio come la terra fa sì che gli uomini la possano abitare. Così il gioco dei giocatori ci rivela la nostra condizione umana, che conserva una sua dignità se nessun potente vuole essere il padrone del Gioco o si mette in testa di essere l’unico a sapere come si gioca».
Nella tesi di Desiderio Heidegger era un’ottima ala sinistra, Derrida un buon centravanti, Camus giocava in porta, come Giovanni Paolo II, e un numero non piccolo di filosofi ha utilizzato il calcio per fare filosofia: Sartre amava dire che il calcio è una metafora della vita, Wittgenstein giunse alla svolta del suo pensiero guardando una partita di calcio, Marleau-Ponty spiegava la fenomenologia parlando di calcio. È per questo motivo che ne Il Divino Pallone si spiega l’Idea di Platone con Pelé, la contraddizione del non-essere con Garrincha, la virtù e la bellezza con Platini, ma anche l’inverso: il genio di Maradona con la “logica poetica” di Vico, la visione di gioco di Falcao con il mito della Caverna, il cucchiaio di Totti con la metafisica di Aristotele. E tanto altro ancora. Il calcio, infatti, non è solo una metafora, ma un paradigma cognitivo che dà scacco matto perfino al fenomeno politico più drammatico della modernità: il totalitarismo. Hitler e Stalin pretesero di controllare tutto e ci riuscirono. Pretesero di controllare anche il pallone. E persero. Il calcio ci fornisce il modello per non ricadere più nel totalitarismo.

di Nadia Verdile

Giancristiano Desiderio, giornalista e saggista, ha pubblicato libri sul rapporto tra pensiero e libertà. Lavora con il quotidiano «Liberal» e collabora con il «Corriere del Mezzogiorno». È stato cronista parlamentare di «Libero» e vicedirettore dell’«Indipendente», ha fondato la rivista «CroceVia» e la Biblioteca Michele Melenzio. Vive a Sant’Agata dei Goti scrivendo, leggendo, insegnando e, naturalmente, giocando.
Data:  6/7/2010   |    © RIPRODUZIONE RISERVATA            STAMPA QUESTO ARTICOLO            INVIA QUESTO ARTICOLO


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