NAPOLI - Attore per vocazione da più di trent'anni, convinto che ci sia un disegno di Dio nelle scelte lavorative di ognuno di noi, Gino Rivieccio è in realtà laureato in Legge, senza mai avere frequentato però lo studio di un avvocato. Ha iniziato la sua carriera di uomo dello spettacolo già dai banchi di scuola, quando imitava i professori, continuando poi con qualche serata fino al 1986, anno in cui vinse il Festival del Cabaret di Loano, che gli valse la scrittura nell'allora Fininvest. Fermamente convinto che bisogna credere nelle proprie ambizioni e non stroncare i sogni sul nascere, dandosi magari un tempo per realizzarli.
Come nasce uno spettacolo?
C'è prima di tutto un'idea, che devi corteggiare, e modificare leggermente. Parlarne prima con te stesso e poi con le persone di cui ti fidi, poi devi stenderla su carta, e infine trovare i produttori. Bisogna essere sempre pronti a percepire l'idea, che ti può arrivare in qualsiasi momento anche in una chiacchierata come la nostra davanti a un caffè. Si deve poi stendere un copione, e scegliere gli attori. In realtà alcune volte capita anche che tu abbia già una compagnia di attori con i quali desideri lavorare, e a quel punto decidi di calibrare uno spettacolo su quella compagnia. Devi trovare lo scenografo capace di realizzare la tua idea, e organizzare la distribuzione; in altri termini, capire quanto uno spettacolo possa "girare". Alcune volte si mettono su delle opere di gran valore, ma che durano pochi giorni e non riescono ad ammortizzare i costi.
Ci racconti un po' della Sua vita. Arte, cultura, teatro, cinema, sport e passatempi...
Il lavoro riempie gran parte delle mie giornate, anche se andando avanti con l'età e soprattutto con l'arrivo dei figli, mi sono reso conto che sono gli affetti le vere cose importanti della vita. Ho la fortuna di fare un lavoro che amo e che mi permette di non "guardare l'orologio" come coloro che lavorano in ufficio e a un certo punto hanno voglia di tornare a casa. La gratificazione che sa darti il pubblico ricompensa di molti sacrifici.
Amo il mare, la montagna e la lettura, quando posso fuggo sulle montagne vicine: Roccaraso, Rivisondoli, Pescasseroli. Non scio ma mi rilasso moltissimo leggendo un buon libro al sole. Vado a vedere i colleghi a teatro quando penso che lo spettacolo possa trasmettermi qualche emozione. I film d'azione rigorosamente americani, che sono maestri di questo genere, e qualche buon film italiano, sono compagni delle mie serate al cinema. Pratico pochissimo sport, anche se uno dei propositi di quest'anno è giocare un po' a tennis e nuotare. La famiglia è per me fondamentale, mi sono sposato a quarantasette anni, ho incontrato mia moglie quando ne avevo quarantacinque, poiché fino a quel momento avevo fatto prevalere il lavoro. Ho finalmente capito cosa è veramente importante!
Sacrifici relativi all'inizio della sua professione?
I sacrifici sono stati tanti, ripenso alle nottate nei treni, ai viaggi in macchina , ai provini fatti, alle delusioni, alle amarezze ma anche alla grande voglia, la tenacia di riuscire. Sono stato fortunato poiché dai ventotto anni in poi sono riuscito a viaggiare sempre in prima classe, su aerei e treni come nella vita. Devo dire grazie a Dio per questo lavoro che mi ha permesso di avere una posizione migliore.
Gli incontri importanti...
Mia moglie, che ha dato una svolta alla mia vita, anche se conservo il ricordo piacevole di qualche ex, lei è la migliore! Professionalmente sono stati tantissimi, ad iniziare dall'avvocato Campana che organizzava ogni anno a Lacco Ameno dei meeting che mi hanno dato la possibilità di conoscere tanta gente, mi piace ricordare Giampiero Mamena, un produttore bolognese che è stato uno dei primi a produrre qualcosa di mio, Mario Savino che conduceva una trasmissione su canale 21 negli anni 80 (lì ho iniziato), per non parlare del Teatro Sannazzaro dove ho mosso i primi passi, Renato Russo che è stato il mio primo impresario. Senza di loro probabilmente non sarei qui oggi.
Qualche aneddoto che ricorda con un sorriso?
Ce ne sono tantissimi... ad esempio il mio debutto al Sannazzaro, avevo una piccola parte, ero un sacerdote, e nessuno mi aveva detto di mettere i pantaloni sotto l'abito talare, ero emozionatissimo da seduto, dovevo alzarmi e dire la mia battuta, avevo paura di inciampare nell'orlo del vestito senza riuscire a portare a termine la mia parte. Iniziai a tirare su l'abito fino a che gli ospiti poterono vedere dapprima i miei calzettoni e poi le mutande. Pensai la mia carriera è finita qui, invece si fecero due risate e mi tennero con loro. Il regista mi ha fatto pensare di poter fare questo lavoro, mi faceva andare sempre mezzora prima, vivevo questa esperienza come un piccolo trauma convinto di non essere all'altezza degli altri, ma mi spiegò che ero come un dente cariato che però si poteva curare. Credeva in me, diceva che facevo simpatia al pubblico. Importantissimi anche i quattro anni trascorsi a Canale 5 con Ruffini, quando mi vedo nei filmati dell'epoca mi chiedo come riuscivo a fare quelle cose, oggi probabilmente non ci riuscirei o forse le farei diversamente.
Pregi e difetti?
Pregi, sono sempre stato me stesso, questo lavoro non mi ha cambiato se non in meglio, sono autenticamente autentico e chi mi conosce lo sa. Difetto mi lascio un po’ prendere dalla stanchezza, ma a questo rimedia l'affetto del pubblico che mi fa sempre riprendere.
Concludendo....
Mi auguro che questa società migliori, torni la meritocrazia e non prevalgano sempre i più furbi, che i genitori sappiano fare i genitori senza meravigliarsi altrimenti che i figli non li seguono più. Nel mio piccolo sono felice di essere riuscito a ritagliarmi una fetta di amici "veri" per i quali sono importante a prescindere dal numero di biglietti che stacco al botteghino, e a cinquantaquattro anni posso dire di essere felice della vita che ho con mia moglie e i miei figli.
di Emanuela Di Napoli Pignatelli
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